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venerdì, 13 marzo 2009 alle 01:56

Alle cinque e mezzo, stamattina, era già luce.
Certo, il giorno si trascinava dietro ancora un pò di ombre della notte salentina, umida e limpida, ma ci fosse stata gente in strada ci si sarebbe riusciti a vedere in viso tranquilamente.
E invece c’ero io, sola.
Quando ero al liceo e si andava in gita vedevo lo stesso cielo. Uscivo di casa entusiasta, un pò rimbambita di sonno, con la valigia e i panini di mia mamma.
Mi alzavo a quell’ora solo quando dovevo partire e aspettavo che passasse Annavita, se non era il nostro turno andare a prenderla.
Poi mi son messa in macchina e ho guidato fino a Lecce.
Da Lecce ho preso un treno diretto a Bari.
Sul treno c’era una donna che ha continuato ad agitare la mano vicino al finestrino fino a quando la distanza non le ha impedito di guardare suo marito.
 Poi si è seduta con la borsa a bauletto sulle gambe e ha iniziato a sfogliare una rivista di poco conto, piena di foto e storie  inutili.
Ero seduta al centro, ma in fondo al corridoio. Mi sembrava l’immagine perfetta per una foto: solo piedi allineati e braccia che reggevano giornali.
Sono scesa a Bari, ho offerto una sigaretta a un vecchino dolce, avvolto da una coperta lurida, ho bevuto un cappuccino in un bar squallidissimo  e letto della strage in Germania.
Mi son sentita male, per un attimo, riflettendo sulla notizia.
Poi ho aspettato che arrivasse un perfetto sconosciuto a prendermi per il terzo colloquio, che è stato più lungo del previsto.
Eravamo rimaste in due. Partiti in dodici.
Domattina diranno chi meritava il posto, e io non ho buoni presentimenti, non so perchè.
Forse alla fine neanche mi interessa più, non lo so. I colloqui ti rendono ridicola, a mio avviso.
Parli di te stessa, in modo falso. Non andrei mai a dire in giro: "Sono una persona intraprendente e dinamica, perchè dunque non scegliere me?"
Pollo, è normale che se son qui e mi son proposta non sono una morta che non ama uscire, altrimenti mi sarei candidata alla società operaia!
Vabè, gli ho detto che non sono una abituata ad autoincensarsi, e non mi sono pentita.
Sono risalita sul treno, sono tornata in stazione, ho guidato verso casa, pranzato e poi di nuovo a letto.
Strani giorni.
Viviamo strani giorni. 

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VITA DI UNA PRECARIA

lunedì, 2 marzo 2009 alle 20:16

Era tanto che non scrivevo.
In realtà avevo fatto un post lunghissimo due notti fa, ma quando sono andata a cliccare per postarlo si è magicamente dileguato, colpa della mia strepitosa connessione salentina.
Farfugliavo qualcosa a proposito dei parrucchieri, visto che ho divelto per l’ennesima volta la mia massa informe .
Avevo scritto che mi piace osserv are la gente nei parrucchieri, che alla signora di fronte era stata applicata una tintura che le aveva incollato i capelli e al tempo stesso glieli aveva sparati in alto tipo Goku.
Che la coppetta sul carrellino era piena di una crema rosso fuoco e ho dovuto resistere alla tentazione di immergerci le dita.
Che mi chiedevo come tingerò i capelli a cinquant’anni e se indosserò anch’io le calze a compressione graduata e le scarpe valleverde col rialzo interno, o col tacco un pò antico e tutto uguale.
Sono sola in casa, oggi è stata una giornata di totale inattività, a parte qualche curricula e il solito giro sui siti dei concorsi. Tanto non c’è una mazza.
Si era spento il fuoco e l’ho riacceso. Ho provato a parlare con Monia, ma la connessione e msn non ne volevano sapere.
Ho mangiato una coppetta di olive e tre polpette a merenda.
Ho il trucco di stamattina scolato, sembro un panda, ma non mi va di passare il latte detergente sulle occhiaie.
Ho una tuta assemblata male: pantalone nero, maglia azzurra di quando avevo 13 anni, felpa con zip double face.
Sono innamorata. Chi l’avrebbe mai più detto.
Penso che ci sarà un posticino per me e che anch’io troverò la mia strada, e intanto continuo a insegnare e a portare  a termine questi moduli un pò evanescenti.
Inserisco la password di fb che è diversa da quella di splinder. Scrivo cose sconnesse in modo veloce, perchè se mi passano di mente non le ricordo più.

O forse è meglio che non scriva più niente, dati i risultati.

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NIENTE, GIUSTO QUALCHE RIFLESSIONE

lunedì, 9 febbraio 2009 alle 02:09

Qualcosa si sta muovendo.
Dicono che prima o poi la fortuna giri, ma io non so se si tratti o meno di fortuna.
Continuo a credere che nessuno regali nulla e che tutto quello che ho lo stia raccogliendo pian piano, ma solo perchè qualcosa, come si dice, ho seminato.
Ogni tanto.

Mi ritrovo a pensare molto. E lo faccio nella stessa stanza in cui lo facevo da bambina prima, da adolescente "anomala", come mi definiva mia madre, poi.
Fantasticavo tanto, all’epoca. Non sapevo cosa sarei diventata, ma facevo lunghe liste che ho ritrovato in un diario. Mi piace rileggere con quanta facilità passassi dall’architetto alla ballerina.

Idee un pò troppo confuse, mi son fatta tenerezza da sola.
Il bello, in tutto ciò, è che non è cambiato quasi nulla. Cioè, la matematica mi ha fatto capire che non ne voleva sapere, dunque architettura l’ho abbandonata, ma I sogni sono gli stessi, solo che allora credevo che li avrei concretizzati.
Se non tutti almeno qualcuno.
Ora non è che sia pessimista, ho solo una visione più lucida e disincantata.
E guardo i miei cd, le mie cassette su cui registravo dalla radio, i diari del liceo gonfi di ricordi e di carte di chewing gum, i miei pupazzi, l’armadio di fronte sempre aperto, le collane appese.

Le foto, sia quelle intere che quell fatte a pezzi e conservate in sacchetti per surgelare.
In trasparenza riesco a scorgere anche qualche mio sguardo, se mi concentro.
Chiudo gli occhi, e cerco di dormire.

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come fan presto amore ad appassire le rose

lunedì, 2 febbraio 2009 alle 19:53

Rivoglio i miei sei anni.
Rivoglio i miei occhi di bambina.
Puliti.
Rivoglio i miei sogni di balletti con spaccate e teatri.

I miei musical improvvisati.
Le scarpe slacciate.
I capelli negli occhi.
I miei sguardi su un mondo che sembrava il massimo.

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pessimismo

lunedì, 2 febbraio 2009 alle 14:21

questo mondo di merda mi spoetizza.

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E’ COMPITO DELLA REPUBBLICA RIMUOVERE GLI OSTACOLI. E POSIZIONARTELI NEL DI DIETRO

lunedì, 12 gennaio 2009 alle 02:11

Credevo che il primo post del 2009 sarebbe stato diverso.
Meno incazzato, più entusiasta.
E invece no.
E’ questa fottuta costituzione che ci prende per il culo.
Ci sono arrivata oggi.

PRINCIPI FONDAMENTALI

 

 

Art. 1.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

 

Ok, ma mi spiegate, dopo mesi di curricula-che ci manca solo che li spedisca a nostro signore e che gli chieda di fare la receptionist dove gli pare a lui, senza tante pretese,  ndo cavolo sta sto lavoro?

E mi spiegate perchè a sti bastardi che ci governano basta poco per dire due cazzate, fare parte di qualche partito fallito per campare anni a nostre spese?

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L’ANNO VECCHIO

mercoledì, 31 dicembre 2008 alle 02:55

in realtà dovrei dormire.
l’ultimo dell’anno in casa mia è sempre un delirio tra telefoni, citofoni, mia madre che chiede di farle la piega, mia sorella e il rumore del silkepil, i bambini che vogliono il dvd di pinocchio di cui si stancheranno presto, Filippo che lancia i suoi animai di legno in aria e Emma che vuole che le si racconti la favola di Aurora, mio padre che porta a casa chili di cicorie e finocchi da lavare, gli zii, le telefonate di gente che non senti mai e che ti chiama per augurarti un felice e sereno anno nuovo e tu devi essere pronta a fare conversazione con una spazzola in mano, a dire scusi papà  sta prendendo la legna arriva subito, intanto giri il sugo, saluti alla signora, e intanto pensi con chi cacchio sto parlando? tanti auguri anche a lei, no, non ho ancora non ho un lavoro, lo sto cercando e sono speranzosa, grazie la ringrazio, no non sono laureata in farmacia quella è l’altra,  oppure a girare per tutta casa per capire dove è finito il cordless…

Che poi, mi verrebbe da dire, che cazzo ne sapete voi se sarà  un anno felice e sereno? Allora non parlate, non augurate un cazzo, state zitti meglio, che alle volte basta giusto un abbraccio e un’occhiata o un sorriso a caricarci di buone speranze per quello che ci aspetta.
Il mio 2008 non so ancora come valutarlo.
Mi sono laureata, e questa è la cosa più importante.
Ho incontrato una persona meravigliosa, ho conosciuto i miei amici spagnoli che adoro, ho vissuto 4 mesi a Dublino, ho litigato pesantemente, ho cambiato mille volte idea, ho deciso di chiudere con Bologna, ho svuotato la mia casa, ho parato i colpi di notizie difficili, ho capito chi sarebbe rimasto comunque al mio fianco accettando i miei difetti e le mie mancanze, ho sorriso quando in camera ho appeso una foto  recente di me, Avita, Sere, Franci e Anna accanto a quella di noi  a 14 anni, ho capito che di amici, amici veri, ce ne sono pochi ma che al tempo stesso, se voglio e se la gente mi capisce, mi si può anche voler bene, che se è vero che l’amore ferisce e devi ricucire i tagli da sola, capita sempre che ti si cucia improvvisamente addosso e ti ritrovi un abito ancora più bello, che tutto passa, ed è proprio verovero, che penso a Monia che batte con la mano sulla cattedra durante la lezione e le si riempiono gli occhi di lacrime per le risate, che quando guardo i miei che dormono in poltrona con il plaid di Geronimo Stilton sulle gambe penso che non potrò mai ringraziarli abbastanza, che Ale si è laureata e io non c’ero ma che la notte prima non ho dormito, che ho conosciuto Anne e la sua casa malata di solitudine, ho vissuto due mesi con il re di una tribù dell’Amazzonia che mangiava i cornflakes col cucchiaio impugnato come una vanga, ma che sorrideva dolce e impacciato ogni volta che gli auguravo buongiorno.

Il mio 2008 non è stato tutto uno schifo, in fondo.
E, se come dice Nietzsche, il "suo" demone di introducesse di soppiatto nella mia solitudine e mi dicesse che dovrei rivivere tutta la mia vita nello stesso, identico modo, sapete cosa farei?

Io spalancherei le braccia e gli direi si.
Cento, mille volte ancora direi di si.

 

"Non ti getteresti a terra, digrignando i denti  e maledicendo il demone che così ha parlato?
Oppure hai vissuto una volta un attimo prodigioso, per cui gli diresti:- tu sei un dio e mai ho sentito cosa più
divina-"

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BENTORNATA? MA VAFFFF….

giovedì, 18 dicembre 2008 alle 11:21

In Italia.
Atterrata a Pisa e non a Bologna, dopo tre ore di mancati atterraggi.
Ho pensato di morire, per un nanosecondo.
Mi sono stupita di me stessa, perchè ero , tutto sommato, felice della mia vita.
Sarei potuta morire, voglio dire, ma non avevo paure. ..e sarei morta con marco, un bambino di un anno e mezzo, che mi accartocciava le orecchie e saltava sulle gambe.
Non sono morta, certo, perchè come si dice l’erba cattiva non muore mai.
Sono in cerca di un lavoro.
Aspetto il ritorno di Annavita.
Combatto con i miei.
Cerco di capire in quale paese lavorerò.
Ho scatole da sistemare e  ho bisogno di una nuova libreria.
Ho comprato un solo regalo di natale, ma non mi preoccupo.
Ho finito ieri il Mio albero di natale fatto con canne di bambù e cavalli di feltro rosso.
Ieri sera ho visto Come Dio comanda.
Mi son piaciuti entrambi, sia il libro che il film.
Stamattina sono andata al parrucchiere alle 9.
Il parrucchiere mi tagliava i capelli e su radio 105 una pazza simulava un orgasmo.
Io dovevo rimanere seria per evitare che mi tagliasse le orecchie.
Lui faceva il serio, ma evidentemente era turbato e attento ai contenuti.
Il risultato è che sono un mix tra Jem e le Olograms e Loredana Bertè.
Maledetto sesso.

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GOODBYE EVERYBODY, I HAVE TO GO.

giovedì, 11 dicembre 2008 alle 19:59

Dal mio letto tutto quello che si vede è un ammasso di tubi di ferro blu e le strane intelaiature che sostengono i materassi di questo ostello. Vivo in stanza con altre sedici persone, il che significa che in camera ci sono ben otto letti a castello. Libri, giacche, strani cappelli, calzini bucati, una chitarra posata nell’angolo, zaini da campeggio, vecchi asciugamani, lucchetti e valigie, fanno parte dell’arredo e al solo guardarli ti rendi conto di quanta vita abbiano accumulato. 

Stanotte non riuscivo a dormire, per vari motivi.
Un po’ perchè la ragazza slovacca che legge con i piedi penzoloni aveva la tosse, un pò per la cena coreana di ieri, ancora una volta troppo speziata, un pò perchè ero concentrata sui rumori che provenivano dalla strada e che rompevano a tratti il silenzio del sonno.

Dublino oggi sembra splendida. E’ uno dei giorni più freddi, quelli in cui anche solo respirare fa male, ma ho camminato a lungo, da sola. Non volevo nessuno al mio fianco.
Pensavo che sono già passati due mesi, che lascio non so quanti amici e che al tempo stesso ne ritroverò altrettanti  a casa.
Ripenso all’abbraccio forte di Liam, il mio professore, che mi ha guardata negli occhi e mi ha fatto capire che era vero che gli sarei mancata, ho ripensato a ieri sera e alle facce disgustate di chi avevo trascinato al ristorante coreano, alla mia roba ammassata su quella specie di comodino, a Anne, a Ryo, che credevo fosse partito in Giappone e che invece è ancora qua, ai miei strani compagni di casa prima che venissi in ostello.

Baptiste, sempre educato e serio, che l’ultima notte era così ubriaco che ha fatto pipì nel parco vicino casa e ha vomitato nel lavandino della cucina. A Franklin, che non parlava un’acca di inglese e che veniva dall’Amazzonia. Ho scoperto solo alla fine che è il capo di una tribù che vive come 100 anni fa e che in vita sua non aveva mai visto una doccia.
Agli occhi umidi di Rut e a Juanjo che ha vietato tassativamente di piangere solo perchè si commuove pure lui e non vuole che lo si veda piangere.

Insomma, penso alla mia vita qui e a quelli che sono stati la mia famiglia per due mesi e che ora sono sparpagliati per il mondo. Ma immagino ci sarà un senso in tutto questo, ci sarà un senso se ho conosciuto queste persone e non altre…O almeno lo spero.
Domani il mio volo parte alle 13.55.
Destinazione Bologna.

Dai miei amici.
La mia vita.

 

 

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IN THE MORNING

venerdì, 28 novembre 2008 alle 15:19

Stamattina ero seduta nell’ultima fila del bus.
Osservavo le teste delle persone sedute di fronte a me che si muovevano all’unisono a ogni sussulto dell’autobus, sembrava quasi che danzassero.
Mi e’ parsa un’immagine dolce.
Poi sono saliti due bambini, accompagnati dalla mamma.
Uno si e’ seduto alla mia destra, uno alla mia sinistra. Hanno inziato a giocare, dicendosi l’un l’altro che si sarebbero dovuti battere usando le dita come spade, infilandole prima in bocca, poi nelle orecchie, poi negli occhi, poi tra i capelli, poi sotto la giacca.

Mi hanno fatto ridere un sacco.
Ed era bello ascoltare il rumore delle loro risate.
Ho pensato che mi piacerebbe tornare, anche per un attimo, bambina.

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