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DI QUESTO PAESE E DEGLI ALTRI

venerdì, 11 febbraio 2011 alle 23:09

(mi perdoni Saramago per questa appropriazione indebita di titolo -con parola sostitutiva-!)

Di quale circuito malato sono preda le persone che finiscono col vivere, loro malgrado, in posti popolati da così poche anime? Che sia nord o sud nulla cambia.

Che rete malefica li avviluppa  senza che neanche se ne accorgano…
Che effluvi malati, che densità di parole che si rimandano di bocca in bocca, pronunciate da una serie infinite di labbra che si dischiudono e danno fiato a vocali e consonanti, che modo perverso di lasciare che la propria vita, il proprio tempo (prezioso, se solo si fermassero a riflettere) si sparpagli in corridoi che portano a stanze vuote.

E io penso se il fatto che riesca ancora a vederle significa che ne sono fuori o se, in realtà, ne sono palesemente all’interno, risucchiata in una spirale che non perdona.

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giovedì, 10 febbraio 2011 alle 01:17

Forse quello che serve davvero alla fine è solo un pianto liberatorio.
In alternativa un urlo.Prolungato, di quelli che seccano e raschiano la gola.
Oppure basta spegnere il pc, spegnere la luce e cominciare a sognare.

“I know it feels like you have all these options and when you make a decision, you lose a world of possibilities. But the reality is, until you make a decision, you have nothing at all.”

Janet Fitch

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Rosa, ma preferirei rosso o giallo

venerdì, 4 febbraio 2011 alle 21:37

Mi sono stupita di me stessa ricordandomi ben due password, molto diverse tra loro.
Fa notizia, una cosa del genere.

Appena schiacciato il tasto “invio” il mio cervello, vedendo l’apertura di tutte le pagine, ha gioito.
Si è commosso, lo so. E si sarebbe anche complimentato con una bella stretta di mano, se solo non fosse stato avvolto da quelle meningi, se solo non fosse così impegnato ad arrotolarsi su se stesso come budella di vitello, beigioline e umettate,  in fila come se non avessero mai fine.

(mentre scrivevo sè stesso m’è sorto un dubbio, che ho cercato di risolvere ricorrendo al forum dell’Accademia della Crusca, che dice “se stesso o sé stesso?
Secondo me è necessario andare oltre ad una cieca applicazione della regola per capire il problema. Lo scopo della regola che prescrive la grafia “se stesso” e “se medesimo” è la parsimonia di accenti grafici. Il risparmio sull’accento grafico è proprio dei monosillabi, ma ci sono eccezioni per ragioni diacritiche (tra il resto sarebbe interessante avere esempî di grafie diacritiche in altre lingue), come accade per “là” e “la”. Quando “sé” è seguito da stesso o medesimo, il significato è tanto chiaro che una distinzione dalla congiunzione “se” non è più necessaria. Questa è la ragione della regola. Di contro si può obiettare che scrivere la stessa parola in due modi distinti può generare confusione e che un accento in più da scrivere non è poi gran fatica. Le migliori grammatiche consigliano pertanto la grafia non accentata (in conformità al principio del massimo risparmio), senza biasimare troppo chi si attarda ad accentare).

OVVIO DIRE CHE ALLA FINE NON C’HO CAPITO UNA MAZZA, troppo lungo il periodo. So che andrebbe senza accento ma non posso essere biasimata nel caso dovesse scapparmi, o almeno credo di aver colto questo.

Stasera è la serata delle donne, nel posto in cui andrò. Il mio compito sarà sempre quello, istruire le due stanghe, e armarmi di macchinetta fucsia. Un colore, insipido come il rosa, che per convenzione da sempre è associato alle vagine, curioso questo fatto, ora che ci penso. Io le donne le vedrei associate al rosso, o al giallo.
Forsesoloperchèsonoimieipreferiti.
Dalle nove alle due sarò lì e piuttosto che sbadigliare a ogni loro sballottolio di culi, farò:

“Ragazze pronte per una foto ricordo?”

W L’ITALIA!

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IPPOPOTAMO

mercoledì, 2 febbraio 2011 alle 17:08

Odio i periodi di nervosismo come questo.

In cui tutti parlano, e io li ascolto (ascolto?) con la testa reclinata, pensando se sarà rimasto o meno qualche gelato in freezer.
Cammino come se al posto delle gambe avessi due macine da mulino, mangio a giorni alterni, uno come fossi un colibrì dell’America meridionale, un altro come fossi un ippopotamo.
Ingozzato, come il primo ippopotamo che mi portarono a vedere al circo.

A proposito di circo… ieri Fili mi ha raccontato, col suo italiano stentato, che ci sono stati.
E ho pensato a come certe cose che per noi adulti sono insostenibili (il circo per me lo è sempre stato, anche da bambina, in realtà) per i bambini siano sempre così affascinanti e belle da farli sorridere e agitare ed eccitare al solo pensiero di dover andare a guardare elefanti zoppi, o clown col fiore all’occhiello che spruzza acqua.
Faccio periodi troppo lunghi. E non ho voglia di interromperli con la punteggiatura.
Un ippopotamo del blog. Fossi un colibrì oggi avrei alleggerito questo soliloquio con qualche virgola, un punto.
Non parlatemi del punto e virgola, cerco di capirne il reale senso da quando avevo sei anni.

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lunedì, 31 gennaio 2011 alle 03:41

Mi vedi?
Dritta sulle mie gambe, cammino sola.
Nessuno è indispensabile.
A partire da me.

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lim—-x°

venerdì, 28 gennaio 2011 alle 02:27

Come ci si riduce.
Un paese e tutto il suo livore nei miei confronti (forse perchè sa quanto mi opprima) che mi trascino dietro.
A ogni passo.
La gente, che guardo dritta negli occhi e che se ti urta involontariamente non chiede neanche scusa.
Rido solo al pensiero che si possa arrivare a dire tanto.
Che bassezze, che falsità radicata sin nelle ossa.

E SOPRATTUTTO, signori miei, quanto tempo libero per occupare il cervello con queste stronzate!

Il senso di inutilità delle giornate che trascorro qui, senza capo nè coda, persa per strada, con un taccuino, una macchinetta fucsia e un cavalletto comprato ai polacchi per 18 euro.
Rotto dopo 4 giorni.
Il lavoro che faccio, per molti superbi (snob?) neanche da annoverare tra i lavori giornalistici.

Può essere, ma è il mio lavoro. E ne ho uno da due anni.

Insinuazioni, allusioni, parole di chi non ha null’altro da fare che sindacare su ciò che dovrei o non dovrei fare, senza mai fermarsi a riflettere e a chiedermi se sono felice.
‘Hai sbagliato a scrivergli’, ‘non illudere’, ‘dove vai e con chi vai’ , ‘’sai che dice quello?’, ’sai cosa penso che possa pensare che si pensi”, ’sai sta molto male anche se ha sbagliato’, ‘nooooo, mica sto dicendo questo’.


Sorrido davvero stanotte.
E il dolore si stempera, l’ansia lascia il posto al sonno, che solleva occhi e cuore dai mentecatti e i nullafacenti
Domani ci sarà lei al mio fianco, ci sarà il pc e le news da inserire, le notifiche da fare, le telefonate, il mio giro largo al mare in solitaria, il fissare la casa che ha preso il posto di quella che racchiudeva la mia infanzia (e le mie risate di bimba, i passetti di Ani con gli zoccoli di papo, troppo grandi; Renè disteso sotto gli eucalipti, il corpo rosicchiato dal tumore che lo aveva infestato  e che nonostante tutto muoveva la coda e aveva la forza per avvicinare il suo muso immenso alla mia guancia; zia Bianca che mi recuperava dagli alberi e le fronde tra cui sparivo quando mi incazzavo col mondo, già a sei anni;  i nonni, seduti di fianco, mano nella mano; il nonno che mi baciava forte e sbavazzava mentre posavo per la foto del mio quinto compleanno; Frampi e Annavita, in piedi ad aspettarmi con il telo mare  in spalla, mamma in costume, papà che la inseguiva con il tubo di gomma e l’acqua ghiacciata. Ele e Edo, già allora. Un’Aprilia col sedile fucsia e il suo sorriso quando ne avvertiva il motore).

Credo. Anzi no.
Sono s-i-c-u-r-a di essere arrivata al limite.
Ho una scadenza. Fine marzo.
I miei cv già in giro, anche all’estero.
Inviati, non si sa mai.
Magari nessuno li prenderà mai in esame, magari si.

4 pagine in cui sono racchiusa io.
Che pena doversi presentare così…

Ma sarà allora, SOLO IN QUEL PRECISO ISTANTE, che potrò ricominciare a respirare come dico io.

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LA ‘SUA’ STELLA

mercoledì, 19 gennaio 2011 alle 03:26

“Mi han detto che devo imparare a ridere, a essere felice, a farmi da mangiare e a dormire. Il tutto con moderazione, senza esagerare, senza far rumore, perchè se sveglio la mia coscienza quella mi verrà a cercare. E sono cazzi. Mi han detto che ognuno di noi ha quel che dà, ok, vuol dire che avanzo qualcosa senza sapere cos’è, ma so che è lì fuori, da qualche parte e andrò a prendermela, prima o poi.”

La quint’essenza della tristezza, distillata in due lacrime. Le mie.
Aveva il labbro pendente, e grosso.
Nessun dente, eppure sorrideva. Al tavolo, di fronte a un camion squallido di un paninaro.
Wurstel, patatine e ketchup le cose che intravedevo.
Cercava disperatamente Stella. A mezzanotte.
Un cellulare di una puttana che squillava a vuoto.
E le sue parole (”Mi ha lasciato”) biascicate tra un’ accavallata di anche e un sorso di Dreher.

Maglioncino celeste con la zip, camicia bianca abbottonata sino all’ultimo bottone, colonia scadente e brillantina nei capelli.
Perchè continuo a piangere?

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Lo so

domenica, 16 gennaio 2011 alle 02:40

Ci guarderemo, un giorno.
E sorrideremo.
In qualunque luogo saremo.

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domenica, 16 gennaio 2011 alle 01:32

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.

“Scrivere, per esempio. “La notte è stellata,

e tremano, azzurri, gli astri in lontananza”.

E il vento della notte gira nel cielo e canta.

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.

Pensare che non l’ho più.  Sentire che l’ho persa.

Sentire la notte immensa…”


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Madness

venerdì, 14 gennaio 2011 alle 19:08

Una tuta azzurra. Pantaloni un po’ scesi, a far intravedere le mutande. Ai piedi un paio di scarpe da tennis vecchie, un modello anni Ottanta. Giubbotto e sotto il giubbotto una felpa con la zip.
La maglia bianca arrotolata sulla pancia gonfia.

Sedeva a gambe larghe, sul gradino di una casa, per strada. Ci son passata di fianco, non ho potuto fare a meno di guardarlo.
Sapevo che non avrebbe distolto neanche per un secondo l’attenzione da quel pacco di più gusto che mangiava con avidità.
L’ho guardato schiacciare ogni sfoglia, con i denti. I pezzettini incollarsi ai lati della bocca.
Avrà poco più di trent’anni, cazzo, ed è così.
Triste, solo. Col cervello scollegato e una fottuta passione per l’inter di cui l’ho sentito parlare quando veniva a chiedere una sigaretta, pur  avendo un pacchettino da dieci ben occultato sempre nella tasca interna della giacca.
E forse sono pazza anch’io, che ho pianto guardandolo finchè non ho tirato dritto col la macchina.

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