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MESSE IN SCENA ATTO PRIMO

di Salmastra

Chiudo ogni cosa, oggi.
Ascoltavo Let it be, allora. Beatles, ma anche Frank Zappa, Elis Regina, Papetti, i Dire Straits, i CCCP.
Mi piaceva isolarmi dal mondo, in una camera piena di pupazzi, pensare e accarezzare sogni.
Ho un quaderno pieno. Uno di quei quaderni che non vedo più in giro, spesso il quadruplo rispetto agli altri, di quelli in cui per scrivere dovevi metterne un altro di fianco in modo che appianasse il dislivello.
C’è la mia grafia, tonda e di un blu prepotente, scritta con penne a punta grossa (ho sempre odiato quelle nere e con la punta sottile).
Sui quel quaderno trascrivevo esattamente ogni sogno, un resoconto della mia strana attività onirica dai 14 ai 18.
Ma su quel quaderno, riportavo anche frasi, e progetti da realizzare.
Uno in particolare, è ricorrente tra quei fogli ormai ingialliti (cazzo se è passato il tempo!).
Dice: “non cedere mai alle messe in scena di paese”, quasi fosse un comandamento autoimposto.
Lo scrivevo a periodi alterni,  non vedevo l’ora di lasciarlo ’sto paese a 14 anni.
Non mi piaceva neanche allora questo posto pieno di blateroni gonfiati dalle vite sempre uguali e bigotte.
Le messe in scena di paese vanno bene solo per chi non vuole investire il suo tempo in qualcosa di meglio. Sfilano con il vassoio di dolci la domenica, vanno a messa e si professano santi per questo, si offrono caffè dandosi pacche sulla spalla, si scambiano favori per poi averne sempre uno in cambio da poter pretendere, si baciano e si chiedono come va ma tanto sanno tutto l’uno dell’altro.
Sanno tutto, allucinante! Sanno tutto anche del cugino del nipote del fratello della cognata!
Informazione edificante, chiamasi.
E io tutt’ora che in questo paese ci son tornata e ho scelto di vivere tutta la mia vita, parcheggiata in macchina dopo aver comprato le sigarette, li guardo.
Li vedo sorridere, toccarsi l’orologio, chiacchierare amabilmente, salutarsi, voltarsi e mettersi due dita in gola per simulare il vomito, sempre scatenato dalla stessa persona con cui conversavano teneramente.
E ho capito una cosa: nonostante errori, paure, vita sperimentata, vissuta, vissuta lontano dieci anni da questo posticino, nonostante sia tornata per viverci e nonostante abbia maturato la voglia rimanere qui, sono felice del fatto di non aver mai cambiato idea riguardo al modo in cui viverla questa vita.

Ho aggiunto un’altra righina oggi, su quel quaderno.
Anni 29. Senza alcuna messa in scena di paese.

Questo post è stato scritto venerdì, 1 aprile 2011 alle 19:13 nella categoria Senza categoria.
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