FACCIAMO CHE SCRIVO
di Salmastra
Non lo faccio da tanto, prima ero molto più prolifica. Sarà perchè qui trascorro il 90 % delle mie giornate tra pc e cellulare che non ne ho più voglia, sarà che la mia vita è parecchio cambiata in soli due anni e la mia mente in questo posto si è intorpidita e cristallizzata in pensieri più pesanti e ingombranti…sarà, sarà, sarà…
In ogni caso quando avverto nelle dita l’irrefrenabile voglia di sfiorare i tasti, di toccarli a fondo e con foga quando vedo che c’è qualcosa per preme per venire a galla, non mi risparmio. E ne sono felice, mi fa sentire viva.
Ho pensato che stasera devo dire quanto questo paese mi abbia imbrigliata e imbavagliata. Quante cose vorrei sputtanare, descrivere, urlare, quante bombe vorrei lanciare e quante, invece, sono costretta a reprimerne per una serie di motivi che non sto a elencare.
A quanto vorrei uscire fuori da queste maledette comparse, da questi teatranti o circensi che si autoincensano agli incroci, si salutano sventolando braccia e mani, si compiacciono di loro stessi e delle loro opere evanescenti e insulse e non appena voltano l’angolo sono lì ad imprecare, a grattarsi gli attributi con la vana- e stolta- speranza che l’ancorarsi a un gesto scaramantico possa scongiurare invidie e invettive.
Da un lato li osservo, e provo pena. Pena per le esistenze vissute in modo vuoto, rancoroso. Pena perchè si sa che se sputi in cielo prima o poi il tuo stesso catarro vischioso finisce col ricaderti in viso, e col ricoprirlo.
Dall’altro devo tenere a freno lingua e impulsi. Il primo sarebbe quello di sferrare un calcio dritto sui denti, e farli rimanere lì, sdentati. La ragione, purtroppo, prevale. E mi fa solo voltare il sedere e andarmene sgranocchiando patatine al formaggio.